L’economia circolare? Fatela anche per soldi

30 Settembre 2026 - Amedeo Faino

Il rifiuto non nasce quando lo buttiamo. Nasce molto prima, da come progettiamo e produciamo un bene. Recuperare materiali, riparare e rigenerare significa creare valore, lavoro e autonomia strategica. Il futuro? Le miniere urbane

Lorenzo Bagnacani, ci siamo conosciuti al Doc Finance Day, dove il suo intervento mi aveva colpito soprattutto per una frase: “Se non siete avvezzi ai temi dell’ecologia e del green, almeno fatelo per soldi”.

Che cosa significa oggi, nel 2026, parlare di economia circolare?

L’economia circolare rappresenta forse la direttrice più nobile di un’economia innovativa. Non è l’opposto dell’economia: al contrario, è una forma più evoluta di economia, che cerca di rispondere a un’esigenza sempre più pressante del nostro tempo, quella della sostenibilità.
Veniamo da un’economia lineare che partiva dal presupposto che le risorse fossero infinite: estrarre, produrre, consumare e infine gettare. Ma le risorse sono tutt’altro che infinite.

E oggi lo vediamo anche sul piano geopolitico: le materie prime e le risorse strategiche sono diventate un elemento determinante per il futuro delle economie e delle produzioni industriali.

Penso, per esempio, alle cosiddette materie prime critiche.

Esatto. La produzione industriale e tecnologica dipende sempre più da metalli e materiali particolari, comprese le terre rare. Sono risorse scarse ma strategiche: senza di esse non siamo in grado di produrre molti beni tecnologici e alcuni prodotti fondamentali anche dal punto di vista strategico.

Avere o non avere queste materie prime può fare la differenza tra avere un futuro industriale oppure no.

Non è un caso che l’Europa abbia introdotto il Critical Raw Materials Act. Il problema è evidente: alcune di queste materie prime non sono presenti in Europa, o lo sono in quantità insufficienti. Questo ci rende dipendenti da altre aree del mondo, e in un contesto geopolitico come quello attuale è una dipendenza che non possiamo permetterci.

E qui entra in gioco il rifiuto.

Sì, perché una quota crescente delle materie prime strategiche di cui abbiamo bisogno può essere recuperata proprio dai nostri rifiuti. Il Critical Raw Materials Act europeo fissa per il 2030 l’obiettivo di una capacità di riciclo nell’Unione in grado di coprire almeno il 25% del consumo annuo di materie prime strategiche.

Penso, ad esempio, ai RAEE, i rifiuti da apparecchiature elettriche ed elettroniche: schede elettroniche, batterie, motori e molte altre componenti contengono metalli preziosi e materie prime critiche e strategiche che possono essere recuperati e reimmessi nei cicli produttivi.

Il riciclo evoluto, quindi, non significa semplicemente frantumare un oggetto e separare plastica, alluminio o ferro. Significa utilizzare processi industriali e tecnologie avanzate in grado di recuperare selettivamente materiali ad alto valore, comprese terre rare e altri metalli critici e preziosi, trasformando i rifiuti in vere e proprie fonti secondarie di materie prime. È uno degli strumenti con cui possiamo ridurre la dipendenza dalle importazioni e rendere più resiliente la produzione industriale europea.

La Germania, da questo punto di vista, è più avanti. In Italia ci stiamo attrezzando, forse con un po’ di ritardo, ma abbiamo le possibilità per farlo.

È il concetto delle “miniere urbane”: andare a cercare nei nostri rifiuti quelle materie prime che non possiamo ottenere in quantità sufficienti dal sottosuolo o che non vogliamo continuare a importare.

Quindi il rifiuto può diventare una risorsa strategica.

Esattamente. Una tonnellata di telefonini, per esempio, può contenere più oro di una tonnellata di materiale aurifero. E naturalmente i telefoni non contengono soltanto oro: contengono molti altri materiali che possono essere recuperati. È una questione economica, industriale e anche geopolitica.

Lei si occupa di rifiuti da circa trent’anni. Che cosa le ha insegnato questa esperienza?

All’inizio è stata una passione per i temi legati all’ambiente e alla sostenibilità, poi questa è diventata la mia attività, fino a portarmi a guidare aziende di primo piano nazionale nel settore dei rifiuti.

Tra queste c’è stata AMA Roma, un’azienda con circa 8 mila dipendenti e un fatturato vicino al miliardo di euro, che gestisce l’igiene urbana di Roma su un bacino di circa 3,4 milioni di abitanti equivalenti, raccogliendo ogni anno circa 1, 7 milioni di tonnellate di rifiuti urbani. Quando lavori su una realtà di queste dimensioni capisci e tocchi con mano alcune dinamiche molto precise. E non lo dico per mettere Roma sotto i riflettori, ma perché quel caso permette di riflettere sul nostro modo di vivere, di lavorare e di consumare.

Che cosa ha visto?

Roma, pur non essendo un fenomeno isolato, ha ancora difficoltà nella raccolta differenziata. Quando entravo negli impianti di trattamento del rifiuto indifferenziato e guardavo le vasche di ricezione, era come se vedessi una città tagliata a fette.

Dentro quello che chiamiamo “rifiuto indifferenziato” c’era una quantità enorme di materiali perfettamente differenziabili: plastica, carta e altre frazioni che avrebbero potuto essere recuperate senza diventare rifiuto, ma soprattutto quelle montagne di rifiuti contenevano oggetti ancora integri che avrebbero potuto alimentare un circuito di riuso.

E allora la domanda diventa inevitabile: il modello sociale che stiamo perseguendo è sostenibile oppure no?

Quando un materiale che potrebbe diventare materia prima seconda, generare valore economico e rientrare nel ciclo produttivo viene invece destinato allo smaltimento o al recupero energetico senza averne prima valorizzato il potenziale di recupero di materia, abbiamo perso un’opportunità. Ancora più evidente è il caso in cui, nel rifiuto indifferenziato, finiscono beni ancora integri o utilizzabili, che avrebbero potuto essere riusati, riparati o trovare una seconda vita.

Questo significa rinunciare alla risorsa-rifiuto e accettare, consapevolmente o inconsapevolmente, una logica dello spreco. È esattamente il contrario dell’approccio richiamato da Papa Francesco nella Laudato si’: invece di prenderci cura della casa comune, continuiamo a consumare risorse e a disperderne il valore.

E questo vale anche dal punto di vista economico.

Certamente. Un’economia che sa risparmiare e razionalizzare l’utilizzo dei materiali, che sa rimettere in circolo le risorse invece di utilizzare continuamente materie prime vergini, è un’economia più efficiente. È strategicamente meno dipendente dai Paesi terzi, impatta meno sull’ambiente e può ridurre i costi.

Per questo dico che l’economia circolare non riguarda soltanto il futuro. Il futuro, in questa logica ambientale, è già oggi: quello che facciamo lo stiamo già subendo.

Eppure il rifiuto rimane quasi un tabù nel dibattito politico.

È proprio questo che vorrei cambiare: rendere più nobile il tema. Se comprendiamo la vera portata della gestione dei rifiuti, capiamo che anche dal punto di vista politico ci stiamo giocando una partita strategica. Il rifiuto parla del nostro modo di vivere, lavorare e consumare. Quindi parla di tutti noi.

Il problema è che nel dibattito pubblico viene spesso considerato semplicemente come qualcosa che deve essere rimosso dalla nostra vista: io cittadino produco il rifiuto e qualcuno deve venire a raccoglierlo. È una visione assolutamente parziale.

La raccolta è importante, naturalmente: può essere fatta bene o male. Ma il vero tema è ciò che viene dopo. La raccolta differenziata richiama automaticamente le filiere industriali.

Parlare di rifiuti oggi dovrebbe significare parlare di strategia nazionale e di piano industriale nazionale: quali filiere tecnologiche, industriali e occupazionali vogliamo costruire? Come possiamo fare in modo che il rifiuto venga intercettato correttamente, rimesso in circolo e riportato all’inizio della filiera produttiva?

Un esempio concreto di economia circolare è quello della rigenerazione degli abiti, come nel caso di Umana. Ma qui entra in gioco anche il fenomeno del fast fashion.

È un tema enorme, perché dobbiamo interrogarci anche dal punto di vista sociologico e antropologico sul nostro modo di consumare. Di fronte all’emergenza mondiale dei cambiamenti climatici dobbiamo ricordare che questi cambiamenti sono legati anche al nostro comportamento. Il nostro modello produttivo e di consumo genera emissioni e impatti.

Pensiamo al fast fashion: prodotti acquistati a basso costo, utilizzati poco e poi buttati. Il problema è che quello che costa poco al consumatore può costare tantissimo al sistema e all’ambiente. Ed è qui che dobbiamo andare a monte.

Quanto a monte?

Fino al momento in cui il prodotto viene progettato. Il rifiuto, infatti, non nasce quando il cittadino lo butta. Nasce molto prima, da come pensiamo e progettiamo un bene.

Qui entra in gioco l’eco-design. Un prodotto deve naturalmente svolgere la funzione per cui è stato progettato. Ma possiamo decidere come costruirlo, quali materie prime utilizzare, come organizzare il processo produttivo, se utilizzare materiali riciclati anziché vergini, quanta energia consumare e se utilizzare energia rinnovabile.

E soprattutto possiamo progettare il prodotto affinché, alla fine della sua vita, sia disassemblabile, rigenerabile o riciclabile.

Quindi il prodotto deve essere pensato già in funzione del suo recupero.

Esatto. Se un bene viene progettato in modo da poter essere smontato e i suoi materiali possono tornare nelle filiere del recupero e del riciclo, quel bene ha molte più possibilità di non diventare rifiuto. Per questo dico che il rifiuto non nasce dalle famiglie. Nasce già da come un produttore progetta e realizza bene.

Un prodotto può costare un euro, essere utilizzato per un mese e poi essere buttato. Ma se è composto da materiali accoppiati, non disassemblabili e non recuperabili, quel prodotto costerà molto di più al sistema quando entrerà nel ciclo dei rifiuti.

Il tema dei rifiuti diventa quindi un tema di innovazione industriale e produttiva, un tema di competitività e di resilienza industriale ed ambientale.

Ed è qui che torna la sua provocazione: “Fatelo almeno per soldi”.

Sì. Non è una riduzione mercantile della sostenibilità e non significa sostituire l’etica con il profitto. È un modo per parlare anche a chi rimane indifferente agli argomenti morali ed etici e alla cura del futuro del pianeta. Anche chi non fosse interessato ai temi della sostenibilità dovrebbe capire che l’economia circolare produce valore: per il consumatore, per l’ambiente e per l’impresa. C’è una grande differenza tra un’azienda che produce un bene senza ragionare sull’intera filiera e un’azienda che progetta, produce e gestisce quel bene secondo i principi dell’eco-design.

Nel secondo caso puoi ridurre l’utilizzo di energia, utilizzare energia rinnovabile, impiegare materie prime riciclate e progettare un prodotto che a fine vita possa essere disassemblato e rimesso in circolo.

Ha un esempio concreto che considera particolarmente significativo?

Sì, e non bisogna andare dall’altra parte del mondo. È un’azienda di Bologna che gestisce RAEE: Dismecco, guidata da Claudio Tedeschi. Io consiglierei di intervistare questo imprenditore perché il suo esempio è illuminante. Normalmente un centro di trattamento RAEE riceve un elettrodomestico a fine vita, lo disassembla, lo tritura e separa plastica, alluminio, ferro, rame e altri materiali. Lui si è posto una domanda molto semplice: perché una lavatrice deve diventare rifiuto se con poco potrebbe essere rigenerata?

Perché spesso basta un piccolo pezzo per rendere inutilizzabile una lavatrice ancora funzionante.

Esatto. Viviamo in una società in cui molti beni sono difficili da riparare o, comunque, la loro riparazione non risulta economicamente conveniente. Una lavatrice può avere un solo componente guasto. Ma se il ricambio è difficile da reperire o ha un costo elevato, il cittadino finisce per pensare: “La butto e ne compro una nuova”.

Così un bene che potrebbe continuare a svolgere la propria funzione entra prematuramente nel ciclo dei rifiuti. Tedeschi ha scelto un approccio diverso: prima di avviare le lavatrici al trattamento finalizzato al recupero di materia, valuta quali possano essere ricondizionate e riportate all’uso. Quelle che non possono essere recuperate come beni vengono invece avviate a un’innovativa linea di disassemblaggio, che consente di recuperare componenti ancora funzionali da destinare come pezzi di ricambio.

Lavorando su grandi volumi, è stato così possibile creare un vero e proprio magazzino di componenti recuperati, che rappresenta il motore del sistema: rende disponibili ricambi altrimenti difficili o costosi da reperire e consente di ricondizionare un numero crescente di lavatrici che, senza questo modello, sarebbero considerate semplicemente rifiiuto.

E qui cambia completamente il valore del componente.

Esatto. Una pompa per lavatrice può valere pochissimo se viene distrutta e trasformata in plastica, ferro o altri materiali. Ma può valere molto di più se permette a una lavatrice di tornare a funzionare. Nel progetto europeo che sta sperimentando questo modello sono coinvolti anche la CNA di Bologna, l’università e Unieuro.

Il meccanismo è semplice: ritiriamo le lavatrici, prima di trattarle verifichiamo se possono essere riparate e, se lo sono, utilizziamo i pezzi di ricambio recuperati.

Ma serve anche una manodopera specializzata.

Certamente. E proprio qui si apre un’altra opportunità. Se c’è un mercato, diventa importante ricostruire quella manodopera specializzata, quella capacità artigianale che nel tempo abbiamo disperso. Può diventare strategica anche per la grande distribuzione, che potrebbe sviluppare linee di prodotti rigenerati e rimettere in circolo beni che altrimenti sarebbero diventati rifiuti.

In sostanza, cambia anche il modello di business.

Esatto. Pensiamo al settore automobilistico: sempre più spesso non compriamo necessariamente l’auto, ma acquistiamo un servizio attraverso il noleggio. Se trasferiamo questa logica agli elettrodomestici, cambia la prospettiva. Se io ti vendo una lavatrice, quando si rompe hai un incentivo a comprarne una nuova. È economia lineare.

Se invece ti offro il servizio di utilizzo della lavatrice, mi interessa che quella lavatrice duri il più possibile. Quando si rompe, devo essere in grado di ripararla perché il servizio continui. È un altro modo di fare economia.

E il progetto sulle lavatrici sembra dimostrare che questo modello può funzionare.

Un grande numero di lavatrici che sarebbero diventate rifiuti per scelta del consumatore può invece tornare in gioco. Crei un mercato dei pezzi di ricambio a buon prezzo, recuperi capacità artigianali e dai alla grande distribuzione una nuova possibilità di business. Nel frattempo, questo progetto ha anche regalato decine, forse centinaia, di lavatrici rigenerate alla Caritas, contribuendo a promuovere concretamente il modello.

Alla fine, quindi, l’economia circolare non è soltanto una questione ambientale.

È un’economia valoriale, ma crea anche una nuova dimensione economica e sociale. Crea posti di lavoro, riduce l’impatto sull’ambiente, recupera professionalità e genera valore.

E diciamolo in modo ancora più concreto: in un contesto mondiale segnato dall’inflazione e dalle difficoltà di molte famiglie ad arrivare a fine mese, creare un’economia capace di produrre valore economico reale può diventare un’opportunità anche per chi non potrebbe permettersi una lavatrice nuova.

Questa, secondo me, è la vera forza dell’economia circolare: non chiede di scegliere tra ambiente ed economia. Può permettere di farli crescere insieme.

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30 Settembre 2026