Per rispondere, Govoni ha portato l’esempio emblematico del Sud Sudan, uno dei Paesi più poveri al mondo. L’82% della popolazione vive sotto la soglia di 0,90 dollari al giorno, nonostante il Paese sia ricco di petrolio, che esporta come materia prima. Paradossalmente, il Sud Sudan importa ogni anno circa 500 milioni di dollari di cibo dagli Stati Uniti sotto forma di aiuti, mentre l’agricoltura locale rappresenta appena lo 0,1% dell’economia. A fronte di miliardi di aiuti umanitari ricevuti, solo il 2% viene investito in sviluppo. Il risultato è un sistema che non genera autonomia, ma dipendenza strutturale.
È in questo contesto che nasce l’esperienza di Still I Rise, un modello educativo che ribalta la logica assistenzialista. Oggi l’organizzazione gestisce sei campus in alcune delle zone più estreme del pianeta: dalle discariche del Kenya alle miniere di cobalto in Congo, fino ai quartieri segnati dal narcotraffico a Bogotá. Non scuole di fortuna, ma istituti che offrono gratuitamente il Baccalaureato Internazionale (IB).
Alla base di questo modello ci sono quattro pilastri educativi. Il primo è la scuola intesa come casa: studenti e docenti condividono la cura degli spazi, perché la responsabilità si impara anche pulendo insieme. Il secondo è lo studente al centro: niente cattedra frontale, ma classi organizzate in cluster, dove l’apprendimento è attivo e partecipato. Il terzo pilastro è l’insegnante come mentore: non un semplice trasmettitore di nozioni, ma una guida di vita. Il quarto è il pensiero globale, che mette al centro soft skill come pensiero critico, tenacia, integrità e capacità di leggere il mondo. E dove qual è il ruolo dell’intelligenza artificiale nella formazione? Secondo Govoni, l’IA vincerà inevitabilmente sulle hard skill tecniche. Per questo la scuola del futuro non deve competere sul piano delle competenze replicabili, ma formare leader etici, capaci di unire talento, passione, servizio agli altri e sostenibilità economica.
Le riflessioni finali hanno assunto un tono volutamente provocatorio. Molti aiuti umanitari, ha spiegato Govoni, finiscono per arricchire i donatori e alcune ONG, mentre privano i Paesi più poveri della loro sovranità. È un altruismo solo apparente. L’unico modello sostenibile è quello che parte dal principio opposto: “fare bene a sé per fare bene agli altri”. Anche nel contesto italiano, il messaggio è chiaro: meno investimenti simbolici in tecnologie inutili, come tablet distribuiti senza un progetto educativo, e più attenzione alla formazione di mentori capaci di crescere esseri umani, non robot.
Restare umani, in definitiva, non è un atto nostalgico. È una scelta strategica per costruire un mondo possibile.


