Daily DocFinance continua il suo viaggio tra i protagonisti della tesoreria aziendale italiana. In questa nuova serie di interviste, incontriamo CFO, tesorieri e figure chiave della finanza operativa per mettere in rete le loro esperienze. L’obiettivo? Dare vita a una community professionale viva e attiva, capace di condividere competenze, casi concreti e soluzioni reali. Uno scambio che riteniamo essenziale per rafforzare il dialogo tra aziende e valorizzare il ruolo sempre più strategico della tesoreria.
Oggi abbiamo il piacere di intervistare Fabrizio Masinelli, storico tesoriere di Panini, figura di riferimento anche a livello associativo, con una profonda conoscenza del mestiere e della sua evoluzione.
Fabrizio Masinelli qual è oggi l’identikit del tesoriere, sia sul piano professionale che umano?
Il mestiere del tesoriere è tra i più stimolanti e, a mio avviso, il più quantificabile in assoluto. Il valore generato è misurabile: ogni operazione finanziaria fatta — o non fatta — ha un impatto immediato e calcolabile. È una questione di numeri: capitale, interesse e tempo. Un solo giorno di ritardo in un’operazione può costare 50 o anche 50.000 euro. E questo rende il ruolo del tesoriere cruciale e tangibile.
Quindi si può dire che un bravo tesoriere si “ripaga da solo”?
Esattamente. Con attenzione, strumenti giusti e competenza, il costo del tesoriere viene spesso compensato dai risparmi generati. Il valore aggiunto che portiamo può arrivare a coprire anche il nostro stesso stipendio.
Si parla sempre di più di formazione. C’è un’area grigia da colmare, soprattutto nei percorsi scolastici e universitari?
Sì, assolutamente. La formazione dovrebbe partire dal basso. Tutti dovrebbero avere basi di educazione bancaria: sapere cosa vuol dire un conto corrente, come funzionano gli interessi, cosa sono i costi bancari. Oggi, fuori dalle scuole tecniche, questo manca. In più, tra la contabilità scolastica e la finanza universitaria c’è un vuoto formativo: nessuno insegna davvero la tesoreria operativa. Per questo iniziative come il master in tesoreria e i dialoghi con le scuole sono fondamentali.
Molti tesorieri arrivano da percorsi non convenzionali, anche da studi umanistici. Qual è il passaggio mentale da impiegato amministrativo a tesoriere?
La differenza principale è nella “libertà”. La contabilità è rigorosa, mentre la tesoreria consente elasticità nella scelta degli strumenti e pertanto visione e decisione. Chi parte dalla contabilità bancaria spesso sviluppa una passione per questa attività più “dinamica”. La soddisfazione di vedere l’impatto diretto delle proprie scelte spinge molti verso la tesoreria. Da lì inizia l’autoformazione: leggere, confrontarsi, condividere.
Daily DocFinance sta promuovendo un dialogo tra tesorieri, anche di aziende molto diverse. Come possiamo rafforzare questa rete?
L’iniziativa di Daily DocFinance è lodevole. Ha investito nella formazione fin dalle scuole superiori e sostiene attivamente il master in tesoreria. Ma il vero salto lo si fa con la community. Le esperienze condivise tra aziende grandi e piccole hanno un valore incalcolabile. Anche il problema più piccolo di una piccola azienda può fornire soluzioni utili a una grande impresa. Serve una rete fluida, magari digitale: un’app, una piattaforma, un luogo dove parlarsi senza formalità, scambiarsi opinioni e casi concreti.
Domani incontreremo due colleghi con esperienza internazionale nel nostro podcast Barbara nel Board, parleremo di coperture su valute. Ha due domande da porre loro?
Certamente. La prima: qual è stato il loro primo approccio alla copertura valutaria? Mi interessa sapere come l’hanno interpretata all’inizio e quali sono stati i tre elementi fondamentali che hanno preso in considerazione prima di fare la loro prima operazione.
La seconda domanda è: quale struttura organizzativa è necessaria in azienda per permettere a una tesoreria di operare correttamente nelle coperture su cambi? È un punto spesso sottovalutato ma determinante.